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Recensione "Dell'amore e di altri demoni" di Gabriel Garcìa Màrquez a cura di Ilaria Cutrì


Il mio primo Marquez arriva nell'estate 2017
-mai troppo tardi per conoscerlo- 
e non è uno dei suoi famosissimi titoli 
“Cent’anni di solitudine” e “L’amore ai tempi del colera”,
titoli che sicuramente molti di voi avranno già letto. 

Questa è una storia d’altri tempi, 
meravigliosa e imperdibile....
conosciamola insieme!







Titolo: Dell'amore e di altri demoni
Autore:  García Márquez
Editore: Mondadori
Collana: Oscar classici moderni
Pagine: 147
Prezzo: 9,00€

Trama:
 Da un'antica tomba nel convento delle clarisse di Cartagena emerge una lunghissima chioma rossa. Dal singolare evento, cui il giovane Garcia Màrquez, allora cronista alle prime armi, si trovò ad assistere, scaturisce questo affascinante racconto pubblicato nel 1994, con il quale Gabo torna alle atmosfere di "Cent'anni di solitudine" e ai temi dell'"Amore ai tempi del colera", la passione erotica che diventa malattia, metafora della letteratura e della vita. Al centro della vicenda, ambientata in una Cartagena de Indias perduta in un vago e oscuro passato coloniale, sospeso  tra il possibile e il misterioso, c'è la passione innaturale e distruttiva che vede protagonisti una bellissima bambina morsa da un cane rabbioso, un medico negromante e un giovane esorcista posseduto dal mal d'amore. Costruito con la logica di Calderón de la Barca e l'ironia di Cervantes, "Dell'amore e di altri demoni" vive di una prosa insolitamente scarna ed essenziale. Una scrittura decantata e limpida che dà vita a pagine di struggente poesia e di emozionato pudore con cui Gabriel Garcia Márquez riesce ad avvincere il lettore, trascinandolo in un enigmatico universo capace di travolgere i sensi e i sentimenti.





Un piccolo, sottilissimo volume di Marquez mi guardava dal primo ripiano della mia libreria.
Era troppo tempo, anni, che attendeva mi accorgessi di lui.
Così,
in un giorno qualunque di una torrida estate,
decise di farmi compagnia... 


Rifiutereste la compagnia di un libro di Marquez?

Devo ammetterlo, io non lo conoscevo.
Ma dopo aver letto "Dell'amore e di altri demoni",
so che vorrò conoscerlo di più!


Pubblicato nel 1994, "Dell'amore e di altri demoni" non ha nulla da invidiare a grandi capolavori. 
E' una fusione di realismo, strumento di indagine sociale e di ferma critica verso alcune realtà ed istituzioni. Come una lama, Marquez affila le parole e dipinge le scene, talvolta crude, di un'America Latina lacerata e sofferente. Una terra intenta alla ricostruzione della propria identità, alla conservazione delle proprie radici, una terra in cammino verso l'accettazione -integrazione, per quanto possibile - di quelle istituzioni e di quella cultura che proprie non furono mai. 

Il personaggio principale, Sierva Maria, è affascinante e non c'è un aggettivo migliore per descriverlo. Vi accompagnerà pagina dopo pagina, sarete insieme a lei nel suo dolore, nelle sue incomprensioni, nei suoi rifiuti, nella sua "diversità" , nel suo essere il prodotto più autentico di un processo di trasformazione sociale, di integrazione e compenetrazione di culture che lascia poco spazio al suo avere una forte identità.

Il bene e il male si delineano, si rincorrono per poi finire con il coincidere e il fondersi in una forma non stereotipata, sconosciuta. Confusione, sfumature, la critica di Marquez si muove come la flebile fiamma di una candela. E' debole, viva, smorta e non ha la forza di tramutarsi in azione.

Un pizzico di atmosfera esotica insieme alle credenze e le superstizioni locali conferiscono al romanzo quel tocco di realismo magico che nella letteratura italiana potremmo ritrovare nella Deledda di Canne al vento.



Si sente caldo tra le righe del romanzo, si respira a fatica per via dell'afa e della polvere.


E' un libro che lascia una scia e, sebbene possa sembrare piccolo oppure minore rispetto ai capolavori dell'autore, riesce a lasciare un filo che il lettore curioso non potrà fare a meno di cogliere continuando il suo percorso tra le pagine di una letteratura molto lontana dalla nostra, ma altrettanto degna di essere conosciuta e raccontata.


Poche pagine di intensa bellezza,
poche pagine ricche di storia, tradizione, 
poche pagine dense di spessore e complessità.


Perchè è nei libri brevi, a mio avviso, che si riconosce l'abilità di uno scrittore.
La capacità di condensare i fatti, circondandoli di una cornice contestualizzante e rendendoli importanti, oltre che belli, da uno stile inconfondibile.

Marquez si è rivelato degno delle aspettative, ha confermato gli elogi di quanti mi avevano parlato dei suoi libri come imperdibili. 

Quanti hanno sentito parlare o letto le opere di questo autore, probabilmente conoscono i suoi capolavori. Nel mio piccolo, vi consiglio di leggere questo perchè grazie a "Dell'amore e di altri demoni" ho conosciuto Marquez, un pò per caso, un pò per fortuna. Ma è per volontà che lo sceglierò ancora.



La bellissima poesia di Victor Hugo a Juliette Drouet


VICTOR HUGO - A Juliette Drouet

Faccio tutto ciò che posso
perché il mio amore
non ti disturbi,
ti guardo di nascosto,
ti sorrido quando non mi vedi.
Poso il mio sguardo
e la mia anima ovunque
vorrei posare i miei baci:
sui tuoi capelli,
sulla tua fronte,
sui tuoi occhi,
sulle tue labbra,
ovunque le carezze
abbiano libero accesso.

T'adoro di Charles Baudelaire



T'adoro al pari della volta notturna,
o vaso di tristezza, o grande taciturna!
 E tanto più t'amo quanto più mi fuggi,
o bella, e sembri, ornamento delle mie notti,
 ironicamente accumulare la distanza
che separa le mie braccia dalle azzurrità infinite.
Mi porto all'attacco, m'arrampico all'assalto
come fa una fila di vermi presso un cadavere e amo,
 fiera implacabile e cruda, sino la freddezza
 che ti fa più bella ai miei occhi.




Lettere: G.Murat a C.Bonaparte


Al Castello di Pizzo (VV) è conservata la lettera scritta da Gioacchino Murat alla moglie Carolina Bonaparte.È l'ultima lettera del re di Napoli, firmata il 13 ottobre 1815.




Lettera di Murat a Carolina Bonaparte

«Cara Carolina del mio cuore,
l’ora fatale è arrivata, morirò con l’ultimo dei supplizi, fra un’ora tu non avrai più marito e i nostri figli non avranno più pa­dre. Ricordatevi di me e tenetemi sempre nella vostra memoria;

Muoio innocente e la vita mi è tolta da una sentenza ingiu­sta.

Addio mio Achille; Addio mia Letizia. Addio mio Luciano; Addio mia Luisa.

Mostratevi degni di me; vi lascio in una terra e in reame pie­no di miei nemici; mostratevi
superiori alle avversità e ricorda­tevi di non credervi più di quanto siete, pensando a ciò che
sie­te stati.
Addio, vi benedico; Non maledite mai la mia memoria; ri­cordatevi che il più grande dolore
che provo nel mio supplizio è di morire lontano dai miei figli, da mia moglie e di non avere
nessun amico che possa chiudermi gli occhi.
Addio, mia Carolina, addio figli miei; ricevete la benedizio­ne eterna, le mie calde lacrime ed i
miei ultimi baci.
Addio, Addio. Non dimenticate il vostro infelice padre!

Pizzo, li 13 ottobre 1815
Joachim Murat»

Recensione "Le meraviglie del mondo antico" di V.M.Manfredi



Nuovo mese, nuova recensione!
Oggi vi parlerò di un saggio che ho letto lo scorso mese;
l'autore, Valerio Massimo Manfredi, è un grande nome della narrativa storica italiana.




Titolo: Le meraviglie del mondo antico
Autore: Valerio Massimo Manfredi
Genere: Saggio storico
Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
Data di Pubblicazione: novembre 2014
EAN: 9788804644163
ISBN: 8804644168
Pagine: 180
Articolo di: Ilaria Cutrì




Descrizione:

La Grande Piramide di Cheope a Giza, immensa dimora di riposo eterno per il faraone e monumento di tale titanica complessione da sfidare sotto certi aspetti l’umana comprensione: la più antica fra le Sette Meraviglie e l’unica che sopravvive ancora oggi. I Giardini Pensili sospesi sul paesaggio di Babilonia, costruiti da un grande monarca per la sposa che aveva nostalgia delle sue montagne boscose: la più evanescente delle Sette Meraviglie, quella più fantasmatica, invano cercata e inseguita da archeologi e poeti, da epigrafisti e indagatori delle antiche fonti. E poi l’Artemision di Efeso, gigantesco tempio dedicato al culto della dea Artemide, voluto dal munifico re di Lidia Creso. Il Colosso di Rodi, l’enorme statua di bronzo che sorgeva su una piccola isola in mezzo al mare. E ancora, il Mausoleo di Alicarnasso, la monumentale tomba dove riposava il satrapo Mausolo, nell’attuale Bodrum, in Turchia. Il Faro di Alessandria in Egitto, che una volta indicava la via alle mille imbarcazioni che si avvicinavano a quel porto favoloso. E la statua di Zeus a Olimpia, grandiosa creazione del mitico scultore Fidia. Sono queste le Sette Meraviglie del mondo antico. Già indicate come tali diversi secoli prima della nascita di Cristo, furono contemporaneamente visibili solo nel periodo fra il 300 e il 227 a. C.; successivamente andarono a una a una distrutte per cause diverse, salvo appunto l’inattaccabile Piramide di Cheope, scalfita soltanto dalle mani distruttrici degli uomini. Al canone classico Valerio Massimo Manfredi aggiunge la favolosa ipotesi di un’ottava meraviglia, regalandoci il racconto di come sia sorto e di che cosa abbia rappresentato il mausoleo di Commagene, la tomba-santuario del re Antioco, che utilizza come base una montagna intera, alta 2150 metri, nuda, aspra e solitaria: il Nemrut Dagi, nell’Anatolia orientale, vicino al confine con la Siria, la montagna dove secondo il mito Nemrot, il re della torre di Babele, andava a caccia. Lungo pagine avvincenti, dense di racconti favolosi, Valerio Massimo Manfredi si confronta con le massime realizzazioni dell’umanità, e le riporta in vita per noi nel modo più grandioso, raccontandoci i miti e le storie che accompagnarono questi monumenti destinati a entrare nella leggenda. E con il corredo di immagini preziose, la sua epica compie un esperimento strepitoso: restituisce ai nostri occhi, regalandoci l’emozione di visitarle, opere di straordinaria complessità e arditezza, meraviglie mitiche e perdute per sempre nella notte del tempo.








   
Le sette meraviglie del mondo antico mi hanno sempre affascinata e leggere questo libro di Manfredi mi ha fatto appassionare alla loro storia ancora di più. Alcune mie curiosità sono state soddisfatte, altre avrò il piacere di studiarle personalmente attingendo alla bibliografia riportata dallo stesso autore.


  • La Piramide di Cheope a Giza;
  • i Giardini pensili di Babilonia; 
  • lo Zeus di Fidia a Olimpia;
  • il Colosso di Rodi;
  • il Mausoleo di Alicarnasso;
  • L'Artemision di Efeso;
  • il Faro di Alessandria.


L'elenco delle sette meraviglie del mondo antico è attribuito a Filone di Bisanzio (  I secolo a.C. ) e riporta alla memoria quel mondo ideale in cui tutto pareva possibile, persino la costruzione di opere straordinarie, monumentali e maestose come quelle sopra elencate.


Simboli di civiltà evolute nei millenni precedenti,
testimonianza del grado di progresso raggiunto senza l'ausilio della tecnologia.
Il mondo antico, una culla in fermento per idee, conoscenze e culture, crea opere di straordinaria magnificenza oggi scalfite e perse grazie alla "mania distruttiva degli uomini”. 


Mi ha colpito molto come l'autore colleghi la scomparsa e la distruzione delle opere del mondo antico a causa del fanatismo ( e dell'ignoranza) dei cristiani dopo il decreto di Teodosio, in cui si "ordinava di distruggere tutti i templi pagani esistenti e le immagini degli idoli".
L'impossibilità e l'incapacità di scindere un fatto artistico-culturale da un'idea spirituale segnò il destino dei santuari di Olimpia e al tempio di Artemide di Efeso, perché finalizzati al culto degli dei per cui visti come "opera seduttrice del demonio".



Un episodio da confinare nei millenni precedenti?
No!
Lo stesso destino hanno avuto le due statue di Buddha distrutte dalla furia dei talebani.
Era il 2001.
Corsi e ricorsi della Storia?
Ignoranza o fanatismo?
Preferisco lasciare aperte le domande.



Una lettura appassionante in cui Manfredi scrive non solo riportando i frutti di una ricerca personale al lettore ma riportando anche aneddoti e curiosità.
E' un lettore a metà quello cui si rivolge Manfredi, nè troppo colto, nè ignorante di storia ed arte.
Il testo risulta difficile da leggere solo al lettore che non abbia un minimo bagaglio culturale di storia, storia dell'arte, archeologia.

L'autore, infatti, non si occupa di fornire delle basi a colui che legge il suo libro, ma presuppone a priori la loro esistenza.

Ecco che, durante il libricino (-ino per dimensione e non per valore!), termini legati all'arte e all'archeologia si collocano accanto a termini latini e tecnici.

Questa scelta l'ho particolarmente apprezzata!


Da studentessa di ingegneria, oltre che appassionata di storia e storia dell'arte, sono stata colpita da come Manfredi si porti a spiegare dei fatti tecnici quali la stabilità di statue monumentali, il funzionamento dell'impianto idrico dei giardini di Babilonia, l'invenzione della prima turbina a vapore, la ruota idraulica...

E' da sottolineare che non sono spiegazioni essenzialmente tecniche anzi, risultano essere particolarmente rudimentali, finalizzate al minimo per la comprensione della fruibilità di un'opera (concetto già radicato negli antichi popoli), delucidazioni importanti per far capire quale fosse il grado di progresso delle antiche civiltà.





Informazioni sull'autore:

Valerio Massimo Manfredi è un archeologo specializzato in topografia antica. Ha insegnato in prestigiosi atenei in Italia e all'estero e condotto spedizioni e scavi in vari siti del Mediterraneo pubblicando in sede accademica numerosi articoli e saggi. Come autore di narrativa ha pubblicato con Mondadori quindici romanzi: Palladion, Lo scudo di Talos, L'Oracolo, Le Paludi di Hesperia, La Torre della Solitudine, Il faraone delle sabbie (premio librai città di Padova), la trilogia Alèxandros pubblicata in trentanove lingue in tutto il mondo, Chimaira, L'ultima legione da cui è tratto il film prodotto da Dino De Laurentiis, L'Impero dei draghi, Il Tiranno (premio Corrado Alvaro, premio Vittorini), L'armata perduta (premio Bancarella), Idi di marzo (premio Scanno), Otel Bruni e il primo volume della saga di Odysseo Il mio nome è Nessuno ' Il giuramento; è autore anche, sempre per Mondadori, di alcune raccolte di racconti, e di saggi. Conduce programmi culturali televisivi in Italia e all'estero, collabora con 'Il Messaggero' e 'Panorama'.




Coppie librose, parte V - Paolo e Francesca







Paolo e Francesca sono due personaggi realmente esistiti, ma il loro amore entra
a pieno titolo tra le coppie librose grazie a Dante Alighieri che nel canto V dell'Inferno della Divina Commedia ci permette di conoscerli attraverso le sue rime!




Francesca racconta, dietro richiesta del poeta, la vicenda che la coinvolse insieme al suo amante, parla del loro peccaminoso amore, causa della loro morte. 

Francesca narra, Paolo piange e Dante ascolta.
Un triangolo di emozioni contrastanti, eppur connesse.

Dante è particolarmente interessato a capire come questo amore sia iniziato e Francesca racconta che tutto nacque leggendo dell’amore tra Lancillotto e Ginevra.

Qui, nel girone riservato ai lussuriosi, Dante condanna quella forma d'amore di cui parla Francesca, quella che contrasta con la legge di Dio e si sviluppa come amore-passione piuttosto che come amore-virtù.









Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense".

Queste parole da lor ci fuor porte.




Chi erano Paolo e Francesca e quale è stata la loro vicenda?


Francesca da Polenta è figlia di Guido Minore,Signore di Ravenna e Cervia, e attende che il padre scelga per lei uno sposo gradevole e gentile. La famiglia dei da Polenta da Ravenna stringe alleanza, grazie al vincolo matrimoniale, con la famiglia  dei Malatesta da Rimini ed è esattamente il 1275 quando Guido da Polenta decide di dare la mano di sua figlia a Giovanni (Giangiotto)Malatesta.



Il matrimonio è combinato.



I familiari di Francesca sanno che la ragazza potrebbe rifiutare dato l'aspetto del giovane promesso sposo anziano, zoppo e rozzo . Allora, per evitare il possibile rifiuto da parte della giovane, i potenti signori di Rimini e Ravenna tramano l’inganno e mandano Paolo il Bello, cognato di Francesca.

Francesca accetta con gioia ed il giorno delle nozze sposa Paolo ignara dell'inganno che scoprirà solo il giorno successivo:
"la mattina seguente al dì delle nozze levare da lato a sè Giangiotto…”
Ben presto, Francesca si rassegna al suo matrimonio.


Paolo, però, continua a far visita alla cognata, complici alcuni possedimenti terrieri nelle vicinanze, forse pentito di essersi prestato all’inganno.

Un giorno del settembre 1289, durante una delle solite visite di Paolo, Giangiotto sorprende i due amanti in un bacio durante la lettura della storia di Lancillotto e Ginevra.

Noi leggiavamo un giorno per dilettodi Lancialotto come amor lo strinse;soli eravamo e sanza alcun sospetto. 129
Per più fïate li occhi ci sospinsequella lettura, e scolorocci il viso;ma solo un punto fu quel che ci vinse. 132
Quando leggemmo il disïato risoesser basciato da cotanto amante,questi, che mai da me non fia diviso, 135
la bocca mi basciò tutto tremante.Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:quel giorno più non vi leggemmo avante". 138




Accecato dalla gelosia, Giangiotto  estrae la spada e li finisce entrambi.



In realtà, secondo la vera documentazione storica dei fatti, sono pochi i dati veramente riscontrabili: i dati anagrafici dei protagonisti e la loro discendenza. Pare che l'alleanza tra le due famiglie fosse vantaggiosa per entrambe per cui il fatto di sangue diventò un fatto da mettere a tacere il più presto possibile. Non si sa per esempio dove sia accaduto realmente il duplice omicidio: alcune ipotesi indicano il Castello di Gradara, altre la Rocca Malatestiana di Santarcangelo di Romagna, ma si tratta solo di congetture. 







Come sempre, trovate la coppia proposta da Cry QUI!!!













Blogtour "Il valore delle piccole cose" -Marco Vozzolo





Cari lettori, 
benvenuti alla seconda tappa del blogtour dedicato al romanzo di Marco Vozzolo dal titolo "Il valore delle piccole cose". Se avete seguito la presentazione fatta ieri su "Un lettore è un gran sognatore", adesso ci dedicheremo a un approfondimento fornito dallo stesso autore.


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Nella fase di acquisizione delle fonti storiche e della documentazione, ho intervistato alcune persone. Ascoltare la loro testimonianza è stata la cosa più difficile da portare a termine.
Quando davanti ai loro occhi, velati dal tempo, passavano quei terribili ricordi, vedevo i tratti del viso tirarsi e sfidare le rughe. Ogni volto la stessa scena. Poi la voce cambiava e si faceva vibrante di risentimento e paura. Sì, perché era chiaro che avessero paura nonostante fossero trascorsi tutti quegli anni.
Per loro era come se il tempo fosse fermo al 1944.
Da quel momento in poi, ogni anno aveva sostituito quello precedente ma quel maledetto 1944 era sempre stato lì.
Ricordo che uno degli intervistati, il signor Guido, nel corso della sua intervista mi aveva mostrato l’orologio che indossava rimasto fermo alle ore 04:57 nella notte del 21 gennaio 1944 quando una cannonata per poco non lo ammazzava. Fu uno dei pochi superstiti a quell’evento. Quella notte le truppe tedesche lanciarono all’attacco le famigerate divisioni 29a e 90a  Panzergrenadier, riuscendo a respingere l’avanzata degli alleati colti alla sprovvista mentre ricollocavano l’artiglieria.
Le cronache dicono che Kesserling lanciò un’occhiata al proprio orologio un istante prima di lanciare l’attacco per poi assistere dal proprio quartier generale sorseggiando del caffè.
Ecco… l’orologio di Guido adesso è mio. Me lo ha regalato ed è una delle cose che conservo nella parte dei ricordi preziosi.
È ancora fermo a quel punto, per lui il tempo è cristallizzato a quell’ora di quella notte del 1944. Il vetro è infranto e sul quadrante rimangono ancora i detriti di quell’esplosione.

Per i personaggi del “Valore delle piccole cose”, il tempo assume un ruolo indispensabile. Sarà lui a dettare le regole. In particolare Lorenzo, che della storia è il protagonista, con il tempo dovrà fare i conti. Capitolo dopo capitolo il passato gli sbatterà in faccia tutti gli errori che ha commesso e gli lascerà una sola strada percorribile, ovvero ripercorrere le lancette contromano.
Stessa sorte toccherà al vecchio Antonio che potrà riscattare la propria vita solamente tornando nel suo passato e questo viaggio all’indietro lui e Lorenzo lo faranno insieme.
Quindi c’è un tempo fermo nell’istante in cui sul paesino di Castelforte incombe la più dura delle battaglie, che trascina verso di sé sia Lorenzo che Antonio. Lì troveranno ad attenderli Hans, il soldato tedesco buono che tante volte ha aiutato il piccolo Antonio e Maccio, il padre di Lorenzo.
Il tempo nel libro è quell’elemento che costringe tutti noi, proprio come i protagonisti della storia, a tornare sui nostri passi più di una volta. Quando si è ancorati al passato da qualcosa di negativo di cui, solamente tornando in quel punto, ci si può finalmente liberare. E mentre le lancette dei nostri orologi seguono il loro verso, noi si percorre la strada opposta, che si rivelerà piena di insidie. Solo pochi infatti riescono a riscattare il proprio passato e non è affatto una questione di scaltrezza. Ma solo questione di scelte.
Il tempo è puntuale nel ricordare quando abbiamo sbagliato. E, da quel momento in poi, ci si ritrova al punto in cui non si può fare altro che scegliere.
Pensate solamente a qualche azione commessa che ci possa far vergognare.. e poi il tempo passa e non si riesce a chiedere scusa. La sola soluzione possibile è tornare all’origine e farsi coraggio per dire “..scusa” e qualsiasi sia la reazione altrui, rimarrà una cosa bella che consiste nel coraggio avuto.
Bisogna esser capaci di reagire alla spietatezza del tempo e lo si fa con coraggio, appunto. Ognuno di noi dovrebbe imparare a farlo.
Fronteggiare il tempo è anche una questione di altruismo, si può salvare se stessi ma si potrebbero salvare anche gli altri. Antonio, nel libro, lo fa. Prende la mano di Lorenzo e lo porta con sé, nel proprio passato e lo fa per spingerlo fuori dai suoi guai.
Insomma, il tempo, alla fine si fonderà: passato e presente in un tutt’uno, con una sola finestra da cui guardare verso il futuro.
“Il valore delle piccole cose” fermerà il tempo, proprio come quell’orologio rimasto fermo alle ore 04:57 del 21 gennaio 1944. Sta al lettore poi riuscire a tornare nel proprio tempo facendo bagaglio di ogni opportunità colta riga dopo riga.  

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Per non perdere le altre tappe del blogtour, vi lascio il calendario con date e blog
e vi ricordo che potrete vincere una copia del romanzo grazie al giveaway!



Per il giveaway QUI


Intervista a Cinzia Nazzareno, Lo scarabocchio

Cari lettori, oggi sono lieta di ospitare nel nostro blog Cinzia Nazzareno!
Autrice di “Il sole in fondo al cuore” e “Lo scarabocchio”, entrambi libri pubblicati dalla Casa Editrice siciliana Bonfirraro. 
“Lo scarabocchio”,  che ho avuto il piacere di leggere e recensire, ha conquistato un posticino di tutto rispetto nel mio cuore. 


E allora, perché non farlo conoscere anche a voi? E’ vero, QUI trovate la mia recensione, ma Cinzia è stata gentilissima nell’accettare l’invito a parlarne insieme.


E: Cara Cinzia, benvenuta! Per metterti a tuo agio, inizia tu stessa a raccontare qualcosa del tuo libro…

C.N.: Ciao Ilaria, grazie per avermi invitata a parlare della mia nuova fatica letteraria.

Lo Scarabocchio è il mio secondo romanzo che esce a distanza di appena due anni dal primo “Il sole in fondo al cuore”, edito, come questo dalla   Bonfirraro Editore.



E: Quanto c’è di te nella storia che hai scelto di raccontare? 

C.N.:In ogni romanzo che si scrive c’è sempre qualcosa di noi: sentimenti, emozioni, desideri realizzati o frustrati, voglia di comunicare e veicolare messaggi più o meno sottintesi, più o meno espliciti e soprattutto la possibilità di dire ciò che nella vita reale non sempre diciamo con naturalezza e spontaneità. La scrittura è per me il luogo ideale dove esprimere al meglio la mia complicata interiorità facendo parlare liberamente tutti quei personaggi che creo ad hoc.


E: Tra tutti i personaggi, quale senti più vicino a te e perché?

C.N.:  Ogni personaggio contiene almeno un frammento di me. Albina, la giovane e brillante studentessa di Sociologia, per esempio mi rappresenta nella curiosità di voler sapere tutto del  mondo e di come viene vissuto dai suoi attori : gli uomini che lo popolano e a volte indegnamente.

Nonna Camilla, un personaggio simpatico e fondamentale per gran parte della narrazione del romanzo, è la donna che ha vissuto la sua esistenza terrena con tutti i condizionamenti di una società bigotta e gretta e che allo scadere del suo tempo biologico sente di doversi liberare di tutti i lacci e lacciuoli che l’hanno resa schiava fino a quel momento e si apre come un libro verso la nipote Albina per raccontarle i segreti di un mondo che qualche volta sa essere ingrato e crudele. Nonna Camilla è quel pozzo o traccia di umanità e conoscenza che ognuno vuole essere. 



E: Cosa ti ha portato a scrivere questa storia? Un fatto, una vicenda o una semplice scelta?

C.N.: Ci sono storie che per la loro bellezza e importanza sociale chiedono di essere scritte e diffuse, sottraendole alla deperibilità dei ricordi o della cronaca.

Lo Scarabocchio è un libro che mi vive dentro perché ho da sempre l’avversione per le ingiustizie e i pregiudizi.


E: Olmo è un piccolo paese della Sicilia, la storia fa riferimento ad una vicenda avvenuta negli anni Settanta e il tema centrale è l’omofobia. Quanto è cambiato lo scenario sociale riguardo a questa tematica? Quanto, secondo te, c’è da lavorare ancora?

C.N. : Lo Scarabocchio è un romanzo drammatico dai tratti qualche volta delicatamente esilaranti
 che narra di una vicenda umana alquanto delicata e scabrosa, ambientata negli anni ‘ 70 e in un luogo letterario non meglio identificato che ho voluto chiamare Olmo, pensando forse un po’ al paese in cui vivo e che di certo si trova Sicilia .

L’identità di genere, argomento centrale del romanzo continua, alle soglie del terzo Millennio, ad essere ancora al centro di numerosi dibattiti. Parecchie cose sono cambiate, soprattutto dal punto di vista giuridico, parecchie cose devono ancora cambiare dal punto di vista dell’accettazione del “diverso sessualmente”.




E: Il libro lancia un chiaro messaggio sociale, il tuo pensiero si nasconde tra le righe, ma è forte. Parlaci di Genny..

C.N. : Genny è una creatura davvero speciale di cui però, il mondo crudele, non abituato alle “eccezioni”, .ride del suo corpo sbagliato e spesso disturbante. Genny è il simbolo fiero e coraggioso di un essere capace di accettarsi così come la natura capricciosa lo ha creato senza angustiarsi più di tanto del suo corpo sbagliato e indeciso perché è un lui, ma nel suo intimo sentire c’è
 una lei, sì una donna intrappolata in un corpo sbagliato, quel corpo che come un errore di fabbricazione, per un capriccioso scherzo del destino lo costringe a non essere l’opera   completa e precisa che suo padre vorrebbe che fosse e che invece non è.

Genny è quel coraggioso essere che non ha bisogno di essere legittimato da nessuno per esiste, esiste tout court, a dispetto di quella perfezione mancata di cui tutti rideranno.



E: Albina scopre la vicenda di Genny grazie ad un lavoro di documentazione per la sua tesi di laurea. Anche tu, come lei, ti sei documentata nella fase pre- scrittura? Quanto è importate il momento della ricerca prima della stesura di un romanzo?

C.N. : Documentarsi prima della stesura di un romanzo è importante nella misura in cui si vuole essere attendibili, tuttavia capita non di rado che  la fantasia sormonti di molto la realtà quando si scrive di un romanzo che come sappiamo lascia la libertà di poter raccontare il reale e il fantastico, creando nel lettore l’illusione che tutto sia vero e possibile.  


E: La storia tra Filippo e Caterina è una finestra di luce su un romanzo che alterna abilmente chiaroscuri. Hai mai pensato di scrivere la loro storia? 

C.N. : Filippo e Caterina sono due protagonisti affascinanti a modo loro, così diversi, così lontani.
Amo le storie d’amore che fanno un po’ soffrire, che tengono sulle spine. Mi piace l’uomo bello, affascinante, un po’ bastardo che alla fine mostra il lato tenero e romantico che c’è in lui e che dona incondizionatamente alla donna che decide di avere al suo fianco per l’eternità alleggerendosi del peso, ammesso che lo sia, di “babbiare” con altre donne. Che fatica!
Ma di loro ho già parlato.


E. Una curiosità: se avessi la possibilità di trascorrere un’ora insieme ad un personaggio del tuo romanzo, chi vorresti incontrare?

C.N. : Con quale personaggio vorrei parlare? Senza ombra di dubbio con Genny. Lei merita attenzione e rispetto.
Grazie Ilaria, come sempre hai dimostrato di essere una lettrice attenta e sensibile, una competente blogger e come dico sempre…Ad maiora, ad maiora semper! Al prossimo romanzo che è già in cammino      



Note biografiche: 

Cinzia Nazzareno è laureata in Scienze Politiche e specializzata in Didattica del Sostegno. Dopo aver peregrinato in giro per l’Italia, attualmente insegna a Niscemi, dove vive con la sua famiglia. Nei suoi scritti il paese d’origine, dove ama rifugiarsi per concentrare i suoi pensieri, è divenuto Olmo, luogo di ispirazione per tante storie. Lettrice bulimica, risente dell’influenza delle grandi scrittrici siciliane - Simonetta Agnello Hornby, Giuseppina Torregrossa, Emanuela Ersilia Abbadessa - che portano sulla carta profumi e sapori dell’isola.
Il suo debutto letterario è legato a “Il sole in fondo al cuore”, romanzo d’esordio salutato da lusinghieri consensi della critica e dei lettori proprio per la sua impronta femminista e intimista.
“Lo scarabocchio” è la seconda prova d’autore.



Grazie per essere stata con noi e un augurio sincero per la tua carriera!
Come potete notare, Cinzia ci regalerà presto un nuovo ed emozionante romanzo!!! 
Se volete conoscere meglio Cinzia, l’avevamo incontrata qualche tempo fa e questa è stata la nostra prima chiacchierata sulla sua attività di scrittrice e sul suo romanzo di esordio!
(QUI) 



Voi che per li occhi mi passaste ‘l core -Guido Cavalcanti

Voi che per li occhi mi passaste ‘l core
e destaste la mente che dormia ,
guardate a l’angosciosa vita mia,
che sospirando la distrugge Amore.
E’ vèn tagliando di sì gran valore,
che’ deboletti spiriti van via :
riman figura sol en segnoria
e voce alquanta, che parla  dolore.
Questa vertù d’amor che m’ha disfatto
da’ vostr’occhi gentil’ presta si mosse:
un dardo mi gittò dentro dal fianco.
Sì giunse ritto  ‘l colpo al primo tratto,
che l’anima tremando si riscosse
veggendo morto ‘l cor nel lato manco.



Voi che con gli occhi mi trapassaste il cuore
e risvegliaste la mia mente assopita,
guardate la mia angosciosa vita,
che Amore distrugge a forza di sospiri.
E ferisce con così tanta forza
che gli spiriti vitali indeboliti fuggono:
rimane solo l’apparenza esterna,
e una voce flebile che esprime dolore.
Questa potenza d’amore che mi ha distrutto
si mosse veloce dai vostri occhi gentili:
mi tirò una freccia nel fianco.
Il colpo giunse così ben assestato al primo tiro,
che l’anima tremando si riscosse, vedendo
il cuore morto nel lato sinistro del corpo..


Metro: sonetto di endecasillabi con schema ABBA ABBA (con alcune assonanze).

Francesca di Ezra Pound

Venivi innanzi uscendo dalla notte
recavi fiori in mano
ora uscirai fuori da una folla confusa,
da un tumulto di parole intorno a te.
Io che ti avevo veduta fra le cose prime
mi adirai quando sentii dire il tuo nome
in luoghi volgari.
Avrei voluto che le onde fredde sulla mia mente fluttuassero
e che il mondo inaridisse come una foglia morta,
o vuota bacca di dente di leone, e fosse spazzato via,
per poterti ritrovare,
sola.

Histrion di Ezra Pound

Nessuno mai osò scrivere questo,
ma io so come le anime dei grandi
talvolta dimorano in noi,
e in esse fusi non siamo che
il riflesso di queste anime.
Così son Dante per un po’ e sono
un certo Francois Villon, ladro poeta
o sono chi per santità nominare
farebbe blasfemo il mio nome;
un attimo e la fiamma muore.
Come nel centro nostro ardesse una sfera
trasparente oro fuso, il nostro ‘Io’
e in questa qualche forma s’infonde:
Cristo o Giovanni o il Fiorentino;
e poi che ogni forma imposta
radia il chiaro della sfera,
noi cessiamo dall’essere allora
e i maestri delle nostre anime perdurano.

#Blogtour:"Edward. Il mistero del Re di Auramala" di Ivan Fowler - Il mistero del Re di Auramala

Cari lettori, siamo giunti all’ultima tappa del nostro #blogtour!

In questa settimana molti blog hanno raccontato di Edward,
un romanzo uscito l'anno scorso per Piemme,
un libro che nessun amante di storia può farsi sfuggire! 

Nell’ultimo giorno del blogtour vi propongo un post per viaggiare insieme nei luoghi del romanzo..





Perché “Edward. Il mistero del re di Auramala” è  anche un viaggio!


Come vi avevo accennato nella recensione (leggi QUI), partiremo per un viaggio  insieme ai personaggi del libro! Attraverseremo l' Inghilterra, le Fiandre, Francia e, infine, alcune città dell' Italia.
Avete preparato i bagagli? Allora siamo pronti per metterci in cammino su vecchi sentieri, salire a bordo di grandi navi e attraversare l’Europa medievale !!


Fowler è attento alle ambientazioni, le ricerca, le studia, le descrive in modo dettagliato dimostrando grande interesse verso abbazie, monasteri, castelli e torri ma non solo. Il paesaggio trova spazio tra le righe della storia e il lettore si ritrova in grandi boschi, riesce a percepire gli odori e i colori dello spazio narrato trovandosi totalmente immerso dentro le vicende! Impossibile che non abbiate voglia di conoscere i luoghi descritti dal romanzo.
Tra le righe si susseguono diversi ambienti chiusi e questi coincidono sempre con spazi caldi. Ritroverete camini accesi, le candele, le cucine, piccole botteghe, una locanda.
Sono luoghi che indicano l’ospitalità, il riposo, la famiglia e sono ottimi spunti per rievocare il modo di vivere di un’epoca lontana.





 Iniziamo il nostro viaggio facendo tappa in tre bellissime città….


Avignone.
Tra tutte le città descritte nel romanzo, vorrei soffermarmi insieme a voi, e ad Edward ovviamente, su Avignone. Al capitolo 9 il lettore si troverà pronto ad entrare nella Avignone medievale. Ecco come Fowler descrive la città:


“Lo splendido ponte di Sant Beneset, con le sue pietre chiare luccicanti nel sole pomeridiano, attraversava il Rodano conducendo ad Avignone. Non avevo mai visto in vita mia un ponte simile: aveva diciannove arcate e numerosi piloni aggettanti. Un’elegante cappella romanica si ergeva all’altezza del secondo pilone contando a partire dalle mura della città. Il ponte brulicava di viaggiatori diretti in città attraverso grandi porte ad arco. In verità, era la cosa più stupefacente che avessi mai visto nel corso dei miei viaggi.
«Quella è la maggior risorsa di Avignone: da Lione al mare non esiste altro punto per attraversare il fiume in tutta sicurezza. Si narra che san Beneset fosse un pastorello che un giorno udì la voce di un angelo che
gli chiedeva di erigere qui un ponte. Be’, adesso i papi hanno udito qualche voce più profana, di certo non angelica, che ha suggerito loro di riscuotere una gabella per attraversarlo. Guarda dietro il ponte, su quello sperone di roccia. Vedi tutte quelle impalcature? E quelle pile di mattoni? Il nuovo papa sta ampliando la sua residenza, facendone un palazzo imponente, casomai qualcuno dubitasse che Avignone sia la nuova Roma. I locali lo chiamano “lo Palais dei Papas”, il palazzo del papa, e chiunque passa di qui lo sta finanziando con dazi e gabelle.» Si era formata una coda presso il ponte levatoio sull’ampio fossato che lambiva le mura. Prima di attraversare la Porta di San Lazzaro, a mercanti, pellegrini, avventurieri e chierici, riuniti tutti insieme, venivano lette le leggi cittadine ed era richiesto il pagamento della gabella per il transito. Alla fine riuscimmo a varcare la porta, dopo aver alleggerito sensibilmente la borsa dei denari del maestro, e a mettere piede sul ponte levatoio. La folla che si accalcava era tale che dovemmo smontare e condurre i cavalli a mano. Poco più tardi sigillammo il messaggio completo con la ceralacca, scendemmo in strada e aspettammo dinanzi alla porta della locanda il passaggio di una staffetta. Con tutti quei palazzi cardinalizi e uffici ecclesiastici, Avignone a quei tempi pullulava di messaggeri, come api operose in un alveare. “

E Fowler continua a regalarci bellissimi scorci di Avignone nel capitolo 11…



“Gli edifici nel cuore di Avignone incombevano sulle strade acciottolate strette e tortuose, e pendevano appoggiandosi gli uni agli altri come ebbri compagni di bevute che si sorreggono a vicenda. Il cielo occhieggiava raramente e persino il grande Palazzo dei papi, visibile ovunque da lontano, dato che si ergeva su una collina rocciosa, rimaneva nascosto alla vista.”


E ancora:

“(..)  vagabondammo per il labirintico cuore di Avignone, stranamente malinconico ora che i vari artigiani stavano smontando le loro bancarelle per la sera. Infine, passammo davanti a un vicolo e in fondo a questo intravidi un campanile che mi parve di riconoscere. Entrambi pensammo che fosse la chiesa più vicina alla nostra taverna e decidemmo di proseguire in quella direzione. Mentre il crepuscolo allungava le sue inquietanti ombre sulla città, scoprimmo a malincuore di trovarci in una via parecchio malconcia: le pietre grigie degli edifici, tenute insieme con della malta ormai sbriciolata; i ganci arrugginiti per le briglie, che sporgevano dalle mura a diverse altezze e angolazioni, a ingombrare la visuale di tutto il vicolo; lo scolo al centro della via, completamente intasato da escrementi sia umani sia animali; a metà strada, il tugurio di una famiglia povera, mezzo diroccato, la struttura in legno consumata dal vento, dalla pioggia, dal tempo.”




Genova.

Da Avignone, il viaggio prosegue per Pavia passando per Genova e nel capitolo 16 ci si ritrova al palazzo degli Spinola e poi per le strade di Genova con tutte le sue torri, i campanili e i tetti, la sua cattedrale e il suo porto.

“Avevo visto poco della città dal nostro arrivo (…). Avevamo visitato molte città e alcuni dei monumenti più meravigliosi al mondo, ma spesso solo di notte e di sfuggita. E così andò a Genova: vidi una delle realtà più ricche del Mediterraneo soltanto alla luce di una torcia, osservandomi attorno da sotto al cappuccio di una prostituta. Tuttavia, l’atmosfera inquietante della città non mi sfuggiva. (..) Gli edifici si elevavano ad altezze apparentemente impossibili, le loro sommità erano così lontane da terra e così vicine tra loro che si riusciva a intravedere solo una scheggia di cielo stellato. (..) Di giorno, sapevo che brulicavano di bottegai, di merci e di clienti, ma nella quiete silenziosa della notte i recessi di quei palazzi sembravano oscure gallerie di una qualche favolosa città sotterranea.”




Pavia.
I capitoli 22, 23, 24, 25, 27 e 28 hanno da sfondo la bellissima città di Pavia.
Palazzo Bottigella, la basilica di San Michele Maggiore. la piazza antistante l’edificio sacro saranno regalate al lettore nella luce dorata di una sera di luglio. 



“ «Ma… Pavia è una foresta di torri!»In effetti, le torri che si ergevano a diverse altezze e con diverse tonalità di rosso mattone erano per lo più esili, senza aperture e con le vette affusolate in gara l’una contro l’altra, con nessun altro scopo, a quanto pareva, se non raggiungere il cielo.” 


 Spero non siate ancora stanchi, il viaggio nei luoghi del romanzo continua perché parlare del romanzo solo attraverso queste tre città è, credetemi, estremamente riduttivo! E’ per questo che ho deciso di continuare il nostro viaggio attraverso qualche cartolina e citazioni di Fowler relative alle ambientazioni descritte..








1.      Il porto di Yarmouth.

“Sir Thomas de Aldcliffe, Master John e io percorremmo uno dei moli, mentre i ragazzini ci saettavano attorno con le ceste colme. Le loro madri lavoravano sul lungomare alla riparazione delle reti, mentre un ispettore della Corona controllava che l’ampiezza delle maglie fosse conforme alle leggi. (..) Dal molo potevo scorgere i marinai indaffarati nei preparativi per la navigazione.”









2.      Chambéry, La Grande Chartreuse.

“Alla fine, in qualche modo, riuscimmo a riprendere la strada per il monastero. (…) Tutti osservammo il silenzio di san Bruno. A mano a mano che giungevamo nello spiazzo su cui sorgeva la Grande Chartreuse, noi e i nostri compagni di pellegrinaggio ci inginocchiammo dinanzi a un piccolo sacrario posto al di fuori delle mura del monastero, baciandone l’altare quasi fosse un reliquiario di san Bruno stesso.
(…)  Oltre la cortina di pietra dell’ingresso si poteva scorgere con sorpresa una costruzione dall’aspetto non concluso e, in alcuni punti di essa, le pietre e le tegole apparivano addirittura annerite o sporche. Master John più tardi mi rivelò che un incendio aveva devastato la Grande Chartreuse circa vent’anni prima.”






3.      Valle Staffora.

Parecchi i capitoli ambientati in questa valle tra boschi, sentieri in cui il Gallese, frate di origini britanniche, prende una scorciatoia che attraversa la parte più fitta del bosco e scende lungo il versante della montagna verso Pizzocorno.


“Sebbene i rami fossero ancora abbastanza frondosi da nascondere il cielo, il sentiero era già coperto da uno spesso strato di fogliame.”

“Non lontano, sulla riva opposta, c’era un grande villaggio dalle case in pietra grigia, chiuso all’interno della sua cinta fortificata, su un colle. Capimmo che era Bagnaria, l’abitato che ci aveva menzionato la donna dei boschi. Il fiume era ampio e scorreva violento, gonfio com’era delle nevi che si stavano sciogliendo sulle vette montane.”



“Nei pressi di Coblenza le foglie avevano già cominciato a ingiallire quando eravamo partiti di là; di certo, in quelle terre imperiali del Nord, erano ormai cadute a terra, lasciando gli alberi spogli. Invece, a sud delle Alpi, il processo naturale era appena agli inizi, e i boschi intorno a noi si tingevano di rosso e oro al nostro passaggio.”








4.      Il borgo di Euskirchen

"(..) si autoproclamava “città”, anche se non era molto più di un paese di campagna cinto da mura, con l’aggiunta di una piazza del mercato e un municipio in pietra, il cui tetto di ardesia era crollato in più punti ed era stato rattoppato con alcune assicelle. Le strade erano di terra battuta e gli edifici minori stavano in piedi, o meglio, si sostenevano l’un l’altro, in vari gradi di sfacelo."






  

E con "I luoghi del romanzo" termina anche il nostro blogtour. 

Spero abbiate seguito le varie tappe, ma se non l'avete fatto o le volete rileggere, vi lascio i link di riferimento!


  • IL MISTERO DEL RE DI AURAMALA, Bookspedia
  • LA CHIAVE SEGRETA DEL DNA, Chiara In Bookland
  • RECENSIONE, La Stamberga D'Inchiostro
  • ILLUSTRAZIONE, The Room Tales
  • INTERVISTA, Thriller Storici EDintorni
  • I LUOGHI DEL ROMANZO, Emozioni Tra Le Righe





Adesso, tocca a voi viaggiare con Edward! Buona lettura!